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Levi e "la zona grigia": alcune considerazioni

Maurizio Vito, University of California, Berkeley

Abstract

I libri di Primo Levi più direttamente focalizzati sulla sua prigionia ad Auschwitz-Monowitz hanno contemplato, sempre, accenni o capitoli, più o meno sviluppati, riferentesi alla difficoltà di rappresentarsi, attraverso le consolidate categorie di lettura della realtà (etiche, giuridiche, religiose) quanto era accaduto alla varia umanità coinvolta in quella mostruosa vicenda. Nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati [1], Levi ha fornito la maggiore trattazione di quella che definì "la zona grigia". Tuttavia, quest'ultima sembra conservare un supplemento di inesplorabilitá, per così dire: da una parte, la "questione umana" ad essa sottesa difficilmente lascia intravedere una definitiva esegesi delle tecnologie dei Sé all'opera nel campo; dall'altra, il testimone Levi, a volte, appare fungere da schermo al narratore Levi, cosicché l'elaborazione teorica di quest'ultimo risulta incompiuta. Le pagine che seguono si pongono dunque un duplice obiettivo: il primo è fornire ulteriori considerazioni riguardo alla "zona grigia", raccontataci dallo scrittore torinese; il secondo, proporre una prima ipotesi di come, nelle pagine e nelle memorie di Levi, la "zona grigia" si mostri, forse all'insaputa dello scrittore stesso.

Suggested Citation

Maurizio Vito. "Levi e "la zona grigia": alcune considerazioni" Working Papers in Romance Languages and Literature 6 (2002).
Available at: http://works.bepress.com/maurizio_vito/1